Periodico di Notizie Comunali e Culturali del Centro Occitano di Cultura "Detto Dalmastro" Edizione online

JACOU CHOT - ISOARDI GIACOMO 













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27 APRILE 1944
Don Enelio Franzoni
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Un uomo giusto per il suo mondo JACOU CHOT

Ognuno passa sulla terra a modo suo. Ognuno con la sua provenienza, la sua storia e il proprio destino. Ogni presenza è importante, qualcuna irrinunciabile o comunque insostituibile.
Nei mondi umili, angusti e disagiati della nostra montagna, con anagrafi dissanguate dall’abbandono, ogni presenza è importante.
Qui, nei nostri posti piccoli e spopolati, non abbiamo un sufficiente ricambio di amici e di morti, per cui, quando muore qualcuno, quel profilo rimane vuoto per sempre. A quelli che restano non serve volgere lo sguardo altrove, quando l’unica disarmante certezza è di trovare altri vuoti.
Ogni persona che abbiamo conosciuto avrebbe diritto ad un posto nella nostra memoria, uno spazio tutto suo nei luoghi della nostra mente dedicati a quelli che ci hanno preceduto. In realtà il tempo seleziona impietoso coloro che sono destinati a rimanere dentro di noi abbarbicati ad un ricordo, preservando quelli che si sono distinti per doti d’animo e di membra e cancellando le figure sbiadite dalle mezze misure della mediocrità. Nei domini della memoria le presenze carismatiche indimenticabili rimangono e continuano a muoversi da protagoniste.
Jacou Chot è una di queste. Un uomo incollato alla realtà del suo mondo. Uno che, negli anni dell’abbandono, quando tutti sceglievano di scendere verso quote altimetriche e destini più agevoli, scelse di restare.
“La montagna lega così saldamente a sé gli uomini che gli hanno affidato per lungo tempo il loro destino e hanno vissuto in intimità con lei, ch’essi non possono più lasciarla”. Vale per Giacomo – parafrasando - questa considerazione che Jules Michelet nella sua “Enciclopedie” riservava al mare. Legami di appartenenza che una volta stabiliti non si sciolgono più.
Chiappi di Castelmagno, la sua frazione, la più alta della Part Soubiràno del comune, è composta da due borgate, lou Sarét e la Ruà. Il percorso tortuoso di vio Croso, che serpeggia incassato tra le pietre e le case, mette in comunicazione questi due piccoli mondi salendo dai 1600 metri della Ruà, dove abitava Giacomo, ai 1700 del Sarét.
Quiap di Castelmagno: un nugolo di case dai tetti di pietra, una chiesetta, San Bastiàn col suo piccolo campanile, due fontane per l’abbeverata: la Font di Dìgou in basso e la Font dal Sarét in cima all’abitato. Più in alto, sullo sfondo, San Magn, a suggellare un paesaggio degno di queste altitudini.
I colmi delle abitazioni in legno di larice, i courme d’ mèrse di caséi – mi ha raccontato Jacou Chot – andavano a prenderli in val Maira, nel vallone di Marmora. Le ròides (le corvée) trascinavano giù i tronchi lungo la valletta nivale del Seboule’, che per questo venne anche chiamata la Coùmbo di Légn, cioè la valle delle travi.
Come uno é dipende strettamente dal posto in cui é. Ecco perché gli uomini che hanno plasmato luoghi come questo, ne sono stati a loro volta condizionati, in una reciproca determinazione di destini.
Una borgata di montagna per molti è stato il più bel posto da cui andar via. Giacomo invece ha sempre sostenuto che la sua Ruà era il luogo più bello e più giusto in cui vivere. E così, negli anni del tracollo, mentre gli altri indietreggiavano e si arrendevano, attratti da un altrove più ricco di promesse e di speranze, lui scelse di rimanere. Come un soldato fedele alla consegna tenne saldamente la posizione.
Cosa sarebbero quelle altitudini senza la presenza dell’uomo?! Una sinfonia stupenda senza nessuno che la ascolta. Una distesa di foreste, rupi e pascoli muti, senza un nome.
Lassù, per tutta una vita, ogni mattina, un uomo e la sua montagna si sono guardati e confrontati con antica saggezza, senza mai stancarsi.
Fin quando ha potuto Giacomo è salito alla sua grangia, ai piedi del Pèrvou, sul promontorio delle Pourtétes. Ultimamente lavorare non poteva più, ma stava lassù, a vigilare sul paesaggio, a vagare col pensiero, ripercorrendo mentalmente le storie e i nomi di quei luoghi dimenticati, a custodire i grandi silenzi, indisturbati e inaccessibili delle sue montagne. Da qui alla globalizzazione c'è in mezzo l'infinito.
Per tanti Jacou Chot è stato una di quelle persone la cui frequentazione genera apprezzamento, simpatia, arricchimento morale, fino a sfociare in un saldo legame affettivo.
Per la comunità di Castelmagno la sua è stata una presenza importante in anni difficili. Un protagonista dell’amministrazione locale, l’ala destra della formazione di Gianni Dematteis. Fu vicesindaco e assessore della Comunità Montana dal 1970 al 1987, incaricato delle operazione di ripristino della viabilità nel suo comune dopo le nevicate.
Per quelli che desiderano impadronirsi del passato, la frequentazione di Jacou Chot è stato anche un percorso di conoscenza. Con la semplicità di cui si maschera spesso la sapienza lui era un referente di memorie affidabile, una autorevole voce di riferimento e quindi un protagonista dell’arricchimento conoscitivo di chi era interessato alle vicende della sua montagna. Un mondo alpino il suo che egli non ha mai accettato di veder ridotto alle categorie di “bel paesaggio”, palestra domenicale, “attrezzo” sportivo o distratta occasione di svago.
Ora che Giacomo non c’è più oltre al dolore per la perdita di una persona cara avverti lo sconforto per la scomparsa di una risorsa culturale, una risorgiva di ricordi. La font à agoutà: la sorgente che sgorgava limpida e copiosa e a cui ti abbeveravi da sempre venerdì 25 gennaio ha smesso di zampillare.
Castelmagno ha perduto uno di quelli che Nuto Revelli definì “gli specialisti” della montagna. Un autentico, un protagonista. Un uomo capace in quel suo mondo di conoscere e aver cara ogni cosa: persona, animale, zolla o pietra che sia. Parco di chiacchiere, ma capace di dare il giusto peso alle parole e ai fatti, con la concretezza e la serenità che può aver raggiunto solo chi ha ponderato a lungo e individuato il motivo conduttore di una vita, al di là dei sogni e dei momenti tragici che la compongono.
Jacou Chot, un uomo giusto per il suo mondo e per il suo tempo e quindi, d’ora in poi, un bene irrinunciabile della nostra anima, un protagonista insostituibile della nostra memoria collettiva.
Renato Lombardo

Ricordando Jacou Chot
Jacou Chot, al secolo Giacomo Isoardi, ci ha lasciati improvvisamente in un giorno d’inverno con fuori tanta neve, come non succedeva da anni. Lui che con la neve aveva un rapporto particolare perché per lunghi anni aveva liberato la nostra strada con il trattore, spesso in condizioni difficili e pericolose, ha scelto, o il destino l’ha fatto per lui, un Camposanto pieno di neve per darci l’ultimo addio. Jacou lo vogliamo ricordare come il “Cavaliere” come sempre lo aveva chiamato Aldo Viglione, con il quale il nostro Jacou aveva un rapporto privilegiato. Era e sarà sempre per noi che lo abbiamo conosciuto, l’emblema del “grido della montagna”. Un uomo tutto d’un pezzo che ha percorso la sua strada, ha fatto valere le sue idee, qui a Castelmagno. Si, la nostra terra bellissima e sfortunata che tanto ha dato alla nazione e poco, pochissimo ha ricevuto. I sacrifici in vite umane pagate dalla nostra gioventù più capace per soddisfare le esigenze guerrafondaie dei padroni (Re o Governanti che fossero) avevano lasciato il segno anche nella schietta intelligenza del montanaro-pastore-errante. Così Jacou fattosi una famiglia decise di interrompere quella vita transumante e si insediò stabilmente a Chiappi portando con se la capacità di cogliere nel futuro del formaggio castelmagno, la possibilità di una vita più che dignitosa. Da sempre attento osservatore dei fatti della politica, abbracciò le idee socialiste e con Gianni Dematteis nel 1970 portò al successo la lista “Stella Alpina e Scarpone” e divenne il Vice Sindaco. Profondo amante della sua terra si adoperò con saggezza e competenza per le opere di rimboschimento del tratto Campomolino-Chiotti a difesa della strada di collegamento tra le due parti del nostro Comune. Partecipò fattivamente alla spedizione di Mezzenile nel recupero di una vecchia centrale elettrica da portare a Chiotti per elettrificare il paese. Ecco Jacou era così, sempre pronto e in prima linea quando si trattava di operare per il bene di tutti, un Cavaliere d’animo e di spirito. Il difensore degli interessi della gente di montagna. Viglione, quando in discorsi importanti, voleva citare un caso di dedizione alla terra non dimenticava mai il nostro Jacou. Anche noi, grati per quanto ci hai lasciato, non ti dimenticheremo mai. Ciaou.
Beppe Garnerone


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