Periodico di Notizie Comunali e Culturali del Centro Occitano di Cultura "Detto Dalmastro" Edizione online

DON ENELIO FRANZONI













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27 APRILE 1944
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L’amore formidabile per il creato e per tutte le creature
DON ENELIO FRANZONI

In quei primissimi anni 70 quel nostro gruppo di ragazzi della Parrocchia di Santa Maria delle Grazie era particolarmente numeroso.
Erano tempi, ben lo sappiamo, di grandi afflati sociali e anche quel gruppo non ne era ovviamente immune.
Avvenne che in una sera dell’inverno ’72 don Enelio Franzoni intervenne ad una nostra riunione con Nuto Revelli e Gianni De Matteis. Fu lì la prima volta che sentimmo il nome di Castelmagno, e i racconti del mondo di vinti.
Ci fu proposto il progetto di un campo di lavoro nell’estate, e si accettò naturalmente subito: adesso è facile dire che quei nostri cuori così giovani non stavano aspettando altro che una occasione come quella, vogliosi come eravamo di dare concretezza alle nostre spinte ideali.
Ho avuto modo di riflettere molte volte, successivamente, su quanto grande fosse la somiglianza tra due persone così diverse come Don Franzoni e Gianni de Matteis. E poichè ci piace pensare che nulla sia a caso, ho trovato anche nella loro scomparsa , così differente nei modi ma così ravvicinata nel tempo, una riprova di un destino in certa parte parallelo.
Nuto Revelli era stato appunto l’anello di conoscenza tra Gianni e don Enelio. E dunque anche il nostro legame con Castelmagno, così prolungato negli anni e così particolare nei modi, era dovuto originariamente alla vicenda di vita di Monsignor Franzoni, alla sua storia di reduce dalla guerra di Russia, al suo impegno nel ricordo dei caduti e alla sua missione nel ritorno dei loro resti.
Qualche sera fa, ad un anno dalla morte, quello stesso gruppo ormai divenuto di ex ragazzi si è ritrovato nel ricordo di Don Enelio: una commemorazione in nessun modo formale, ed anzi con il pieno senso etimologico del ritrovarsi per condividere ricordi. E c’erano le foto, moltissime: momenti diversi di quelle estati a Castelmagno, con il piacere di rivedersi e la rassegnazione, forse una volta tanto più serena che malinconica, per una età e un mondo che più non ci sono.
Eppure chi “è stato a Castelmagno” come diciamo per indicare coloro che vissero quelle esperienze di lavoro e il legame con quei montanari che, certamente “vinti”, erano però per noi così importanti (quante visite anche nei periodi pasquali o natalizi, quante lettere tra un incontro e l’altro!) sa bene quanta importanza i campi di lavoro in Valle Grana abbiano avuto nella formazione personale di ognuno.
Nella serata sono state distribuite le copie del testamento spirituale di Mons. Franzoni: c’è un passaggio in cui si legge “Fa che i giovani che mi hanno seguito sui monti non dimentichino la Tua grandezza e bellezza riflesse nelle cime, nei fiori, nelle acque, nella gente, nelle Chiese delle Alpi.” Molte sono state indubbiamente le montagne sui cui Don Enelio è salito nel corso della sua lunga vita, e moltissimi, certamente, i giovani che in quelle occasioni lo hanno accompagnato.
Ma credo che nessuno di quelli che “sono stati a Castelmagno”, abbia potuto fare a meno, leggendo quelle parole, di pensare al Grana, alla chiesina di Chiappi e al Santuario, ad Adelina, a Giacu Ciot e a Rinuccia, a Pietro e Teresa, a Pierino e a Simona, a Gnolu, agli Obiettori e a tutti coloro che a Castelmagno abbiamo conosciuto.
E a me sono venute alla mente le volte in cui Monsignore si fermava a parlare con i fiori, ammirato dalla loro bellezza.
A nessuno, forse, che vedessi parlare ad un fiore, sarei disponibile a riconoscere spontaneità vera, e forse anzi lo
considererei quanto meno stravagante. Ma non v’è dubbio alcuno che nessuno di noi si meravigliava quando lo vedeva rivolgersi ad un fiore, né dubitava dell’autenticità di quel suo gesto che da parte di chiunque altro sarebbe invece risultato inconsueto.
Perchè la vera stravaganza di cui Don Enelio era massimamente capace era l’amore formidabile per il creato e per tutte le creature.
Gianni Saguatti, Bologna


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