Periodico di Notizie Comunali e Culturali del Centro Occitano di Cultura "Detto Dalmastro" Edizione online

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ECOMUSEO E
LABORATORIO
ETNOGRAFICO
PERMANENTE
DI NARBONA
 


Centro occitano di Cultura "detto Dalmastro"
 
 
COMUNE DI CASTELMAGNO
Provincia di Cuneo-Italy

ECOMUSEO E LABORATORIO ETNOGRAFICO PERMANENTE DI NARBONA
-RELAZIONE ILLUSTRATIVA-


Perimetrazione di ambito ad elevata vocazione produttiva, architettonica, ambientale e paesaggistica da assoggettare alla preventiva formazione di strumento urbanistico esecutivo di iniziativa pubblica.


L’Amministrazione Comunale di Castelmagno consapevole di poter contare esclusivamente sulle proprie risorse primarie dell’alpeggio e dell’ambiente montano ad alta valenza paesaggistica, ritiene di muovere un primo passo, verso uno sviluppo certo e sostenibile.
Valorizzare dunque le suddette risorse ripristinando gli accessi ai pascoli di alta quota, potenziando la produzione dei formaggi e del ”formaggio Castelmagno di Castelmagno” in particolare, promuovendo il turismo alpino, gastronomico e culturale.
Per fare ciò occorre creare i presupposti del recupero di residenti e delle necessarie attività produttive tipiche, il recupero della necessaria autonomia, riappropriandosi delle risorse territoriali e ambientali fatte proprie dalla cultura statalistica e industriale e coinvolgendo le Comunità Montane in un’azione comune e solidale.
Per centrare l’obiettivo sono stati sentiti numerosi esperti e le Facoltà di Agraria, di Architettura e di Lettere-Antropologia Culturale.
Il primo dato rileva la necessità di salvaguardare quello che del paese di Castelmagno è rimasto incontaminato, ai fini della conservazione della memoria, delle tradizioni, della Cultura, dell’architettura, delle attività specifiche, come modello di riferimento per ogni iniziativa di sviluppo.
L’indicazione operativa immediata individua le valli di Narbona e di Valliera ed il loro territorio pascolivo e paesaggistico con tutti i borghi ivi contenuti, come ambito avente i suddetti requisiti da salvaguardare e recuperare, anche in funzione economica e sociale.
Tale ambito, di circa 1.000 Ha di superficie (1/5 del Territorio Comunale), deve essere perimetrato e soggetto ad interventi programmati da un Piano Regolatore Particolareggiato di iniziativa esclusivamente Comunale, che persegua gli obiettivi prefissati.
I contenuti del Piano Regolatore Particolareggiato saranno indicati dai laboratori delle citate Facoltà Universitarie insediati nel territorio dell’Ecomuseo, nei termini stabiliti concordemente col Comune.
Il progetto è il frutto della collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Castelmagno, rappresentata dal sindaco pro tempore Giovanni Rignon con il prof. Andrea Cavallero della Facoltà di Agraria, il prof. Lorenzo Mamino, della Facoltà di Architettura, l’arch. Silvia Cravero, ricercatrice, il dr. Gianni Costamagna, agronomo e il dr. Mario Sarotto, urbanista e rappresenta lo spirito del progetto e le fondamentali premesse.


   “L’importanza della conservazione e del recupero della cultura alpina e delle capacità produttive dell’ ambiente montano è ormai a tutti nota. Senza la conservazione della cultura alpina e di alcune delle sue espressioni produttive più tradizionali, non può esserci una fruizione stabile e redditizia per le popolazioni residenti del territorio montano.
Le attività pastorali-zootecniche alpine rappresentano oggi l’unico strumento effettivamente proponibile per la gestione di molte porzioni del territorio montano. Esse sono state negli ultimi decenni oggetto di notevoli azioni di sostegno, ma con modelli di sviluppo produttivistica quantitativa più che qualitativa.
L’Ente pubblico, promotore delle iniziative di recupero e valorizzazione della cultura alpina, del patrimonio edilizio e delle produzioni tipiche tradizionali dell’ambiente alpino, deve creare una cornice di regole semplici ed efficaci per migliorare lo stato conoscitivo dell’areale oggetto del piano di valorizzazione e per consentire lo sviluppo delle attività secondo criteri di assoluta correttezza. Solo in questo modo sarà possibile ridurre il costo sociale della conservazione delle attività umane sul territorio alpino, con ricadute positive su tutta la collettività.
Il territorio di Narbona, il suo antico villaggio, le sue potenziali produzioni pastorali e zootecniche-casearie sicuramente di grande interesse, potranno essere in qualche misura stabilmente recuperate se verranno inserite, nel contesto della Valle Grana, in quella cornice di regole necessarie per difendere le attività proprie dell’ambiente alpino.
Il catasto pastorale–foraggero della valle Grana e per iniziare quello del vallone di Narbona, è la cornice conoscitiva e di regole certe da attuare che è in grado di conservare e difendere le produzioni casearie tipiche di un territorio. E’ infatti proprio il legame stretto fra un prodotto e il territorio di origine che conferisce stabilità nell’apprezzamento dello stesso.
La produzione di latte in montagna e in alpeggio e la successiva caseificazione, oggi non sono più proponibili senza un accesso meccanizzabile al centro operativo aziendale. In questo senso va senza dubbio sostenuta la proposta della realizzazione della pista.
Occorre però ricordare che un investimento di tale portata può essere giustificato soltanto in un contesto espresso di volontà di difesa delle produzioni casearie d’alpe e di media pendice, come soltanto il catasto pastorale può esprimere. Esso infatti consente, definite le superfici prato-pascolive di un areale, di prevedere, su collaudate basi vegetazionali e pastorali, le quantità di prodotto caseario ottenibile e certificabile.
Lo sviluppo della fruizione estiva della montagna si ottiene dunque anche con la salvaguardia delle produzioni tipiche”.
prof.Cavallero

  “Qui si prospetta la possibilità di un Comune che con la collaborazione di tecnici e studiosi e sulla base di
adatte indagini vuole intraprendere, sul posto, un esperimento di “ricostruzione” del suo territorio, recuperando quanto possibile, richiamando la storia, le tradizioni, il lavoro e l’abitare di un tempo che parevano ormai perduti per dare invece, a questo lavoro e a questo abitare una nuova, moderna interpretazione e continuità.
Questo si può fare se, consapevoli delle risorse a disposizione ma anche delle procedure necessarie a garantire l’iter e la realizzazione del progetto, si definiscono i passi da fare, con chi, in quale direzione, con quali priorità, mettendo in conto fatica, tempo, voglia di sperimentazione, fermezza di fronte alle difficoltà.
La stabilità di uso dei pascoli, parallelamente un “atlante dell’edilizia sopravvissuta” come garanzia di un legame stretto tra edilizia passata ed edilizia necessaria all’intervento (edifici, muri, ripari, recinzioni ecc.) e per una difesa di ogni componente tipica del territorio in oggetto.
Tutto questo però deve rientrare nell’alveo di una sana politica amministrativa (Comune, Comunità Montana, ecc.). Pertanto se l’iniziativa è del Comune occorre che la normativa urbanistica comunale recepisca l’idea che Narbona e il territorio del futuro Ecomuseo siano salvaguardati per tale scopo nel rispetto di ogni diritto privato attuale o futuro ma anche a garanzia di questa destinazione, promuovendo una concertazione efficace pubblico-privato che serva ad impiantarla”.
prof. Mamino

   “Narbona ha avuto la fortuna di poter conservare memoria del suo 'carattere' grazie al difficile accesso, si dovrebbe guardare alla sua salvaguardia con particolare attenzione, se esso costituisse occasione di trasmissione di tecniche costruttive locali. E’necessario aprire una 'pista' di accesso, per realizzare il progetto di un'ecomuseo e laboratorio permanente. Ed è esattamente questo progetto di un laboratorio permanente nel quale confluiscano competenze diverse a suggerire di considerare l'abitato di Narbona come un'occasione unica per la creazione di un centro di documentazione attivo e diffuso della cultura architettonica alpina, dove, accanto alle iniziative per la valorizzazione dei prodotti derivati dal pascolo e dalla zootecnia, si possano creare cantieri permanenti di formazione per le diverse professionalità legate alla conoscenza, conservazione e recupero dei mestieri del patrimonio costruito alpino. Un luogo dove lo studente o l'artigiano possano compiere esperienze pratiche relative alla lavorazione dei materiali tradizionali, la pietra e il legno, in modo da tramandare, e dove necessario ricreare grazie al lavoro di ricerca, conoscenze che stanno lentamente scomparendo”.
arch. Silvia Cravero

   “Per la salvaguardia delle produzioni casearie tipiche è importante realizzare in collaborazione con la Facoltà di Scienze Agrarie due laboratori di produzione di formaggi d’alpe che potrebbero essere localizzati uno sull’alpe Serre, per formaggi ovicaprini, ed uno a Narbona per il formaggio Castelmagno. In questi laboratori è di primaria importanza la scelta della figura del malgaro che dovrà verificare la validità e la fattibilità di quanto indicato dal su citato catasto pastorale-foraggero. L’alpe Serre, appena ultimata, è in condizione operative per quanto riguarda i fabbricati dal 2002, i pascoli invece dovranno essere oggetto di interventi di recupero della cotica erbosa e di adeguamento alle moderne tecniche pastorizie con infrastrutture ed impianti. L’alpe Narbona invece è tutta da realizzare.
In riferimento alle regole, c’è da sottolineare che queste dovranno riguardare una serie di aspetti, sia per la tutela della qualità dei formaggi d’alpe, sia per la tutela dell’alpe come strutture e come pascolo”.
dr. Costamagna

   ”Immaginare la vita dei settecento abitanti di Narbona nei secoli scorsi, osservando quello che è rimasto di case, suppellettili, attrezzi, percorsi e ambiente, conduce al panorama romantico e verista dei pittori “macchiaioli”.
Una montagna siffatta deve restare nella memoria ed insegnarci che non possiamo più identificarci con essa, ma trarre da essa quello che è possibile e utile per la moderna vita in alpeggio.
Dunque, conservazione per la memoria, recupero delle arti e dei mestieri per l’inserimento sostenibile nella economia moderna a corollario della risorsa fondamentale zootecnica e dei suoi derivati.
Contemperare la conservazione con il recupero può essere possibile se si trova un punto d’equilibrio, che può essere proprio l’”Ecomuseo etnografico vivente”.
In esso sarà sicuramente possibile l’alpeggio e l’economia del formaggio, il turismo enogastronomico e le relative attrezzature compatibili, l’artigianato del legno, della pietra e della lana, il laboratorio universitario permanente per lo studio attivo e la ricerca delle migliori condizioni del vivere la montagna, l’escursionismo estivo ed invernale, ecc.
Importante scuola di vita delle future generazioni appare il laboratorio permanente degli studenti universitari “sul campo” dell’Antropologia Culturale e dell’Etnologia, dell’Architettura e dell’Agraria.
La ricostruzione filologica del processo di vita interrotto a causa dei morti in guerra e dello spopolamento causato dallo”statalismo” e dalla ristrutturazione industriale, potrà dare utili insegnamenti per un ritorno equilibrato e rispettoso alla montagna.
Tali ipotesi, se condivise, potrebbero essere l’oggetto di una rielaborazione successiva dello strumento urbanistico di programmazione comunale, che potrebbe partire dal Piano Regolatore Comunale per arrivare a quello di Comunità Montana e poi a quello consorziato delle Comunità Montane, in vista di un ritorno organico alle autentiche vita ed economia montana dell’arco alpino.
In questo ambizioso quadro, l’”Ecomuseo vivente di Narbona” rappresenterebbe il progetto pilota “.
dr. Sarotto



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