|
Nel convegno sulla lingua d'Oc-Provenza tenutosi a Cuneo
il 9 maggio 2002, l'antropologo Pier Carlo Grimaldi
ha affermato che dopo i libri di Nuto Revelli, una documentazione
straordinaria, ben poco era stato pubblicato sulle tradizioni,
sulla lingua e sul modo di vivere della gente delle
valli.
Senza dubbio una ricerca così ampia e approfondita,
con un'enorme quantità di testimonianze raccolte
da Nuto Revelli, è difficile da raggiungere,
però qualcosa ora con la pubblicazione del libro
di Flavio Menardi è stato fatto. Sono testimonianze
che si riferiscono ad un piccolo comune, un settore
limitato del mondo della montagna, ma sono utili e forse
più importanti per il modo e le motivazioni che
hanno dato origine a questo libro. Il fatto che sia
stato scritto da un obiettore di coscienza in servizio
civile a Castelmagno è certamente qualcosa di
originale, di straordinario data la località,
perché l'obiezione di coscienza è stato
un atto, uno scossone al comune modo di pensare che
ha dell'incredibile. Il fatto che un singolo cittadino
potesse contestare la violenza di Stato, codificata
e imposta dalla legge, fu una sorpresa e uno shock per
molti, pari, se non di più quando secoli addietro
si osò affermare che era la terra a girare intorno
al sole e non viceversa. E come allora si scatenarono
dibattiti, processi, scomuniche, ritrattazioni e abiure
(tanto più dolorose in quanto lo studio e la
ricerca l'avevano confermata esatta) così fu
per l'obiezione di coscienza dalle nostre parti. Nelle
conversazioni di allora (1973), alla notizia della firma
del comune con i funzionari del Ministero della Difesa,
nella disparità delle valutazioni, una mi aveva
impressionato particolarmente: "Ecco incominciata
la ribellione contro lo stato!" E si immaginava
l'arrivo e la partenza di sa quali rivoluzionari! Certamente
la fama che precedeva questa categoria di persone non
era delle più limpide; il fatto che fossero state
in carcere non deponeva a loro favore e che, in seguito
fossero stati ospiti dell'Istituto per malattie mentali
diretto dal professor Basaglia, li rendeva certamente
particolari. A libro pubblicato, ho domandato a Dematteis,
l'allora sindaco firmatario della convenzione:"
Se i funzionari della difesa ti avessero promesso la
costruzione di una caserma a Castelmagno con una presenza
continua di militari cosa avresti fatto?" Lui rispose:"
Avrei firmato ugualmente la convenzione, perché
ero stato convinto dalle argomentazioni e dalle parole
piene di umanità di Ezio Rossato. Ezio mi aveva
detto: Perché non accetti nel tuo comune, che
dici aver tanto sofferto nelle guerre, persone che con
le guerre e con le armi non vogliono più aver
niente a che fare e che per questo non sanno dove andare,
perché nessuno le vuole?". Se queste erano
le convinzioni e le idee (né mi è lecito
dubitarne) degli unici due obiettori che conosco-Flavio
Menardi e Daniele De Bortoli-un plauso sincero e un
incoraggiamento. Però
.. attenzione: la
storia è piena di esempi, cioè chi contesta
il pensiero comune, pur rimanendo nella legalità
più assolta, a vita difficile, se non impossibile.
Richiamandoci all'antichità, non dice nulla la
sorte di Socrate, la fine tragica dei fratelli Gracchi,
ed ora, dove stanno finendo i principi di "libertè,
egalitè, fraternitè ( per il terzo principio,
penso che gli estensori fossero in vena di umorismo)?
In merito al libro: l'arrivo degli obiettori, gente
proveniente da diverso ambiente e decisi a rimanere
sul luogo per tutta la durata della ferma, fu una fortuna
in quanto, provenienti dall'esterno, hanno osservato
particolarità e modi di vivere che per via della
nostra quotidianità, sfuggivano ai residenti.
Inoltre Flavio e i suoi colleghi sono giunti a Castelmagno
al termine di un'epoca, quella del montanaro-agricoltore,
di cui hanno registrato gli ultimi scampoli. "I
cicli del tempo in montagna mi aveva detto un amico,
durano mille anni: trecento anni di bosco, trecento
anni di pascolo, trecento anni di campo, gli altri cento
anni sono di transizione". Il loro arrivo è
coinciso con la fine del periodo del "campo"
i quanto i pochi terreni ancora coltivati, avevano più
la dimensione dell'orto che quella di campo. Ma dalle
osservazioni e dalle fotografie che hanno realizzato
(Es stagioun de Chastelmanh), hanno potuto rendersi
conto di quanto lavoro e di quanta fatica si erano profusi
su quei terreni. La traccia dei terrazzamenti, nei posti
più ripidi e impensati, ne sono la testimonianza.
Immaginiamo per un momento di vedere con la densità
di popolazione di quell'epoca quanta gente con la zappa
in mano rivoltava zolle, ben attenta a non far scivolare
la terra giù a valle per evitare di riportarla
a monte con la cabasa (gerla).
Due testimonianze:Mariuccia De Castanh (Mariuccia Donadio)
"Finito di zappare un campo-ed eravamo quattro
sorelle-nostro padre si riservava lou travai de curbir
(il lavoro di ricoprire il seme) perchè, diceva
che noi femmine non eravamo esperte, facevamo scivolare
la terra verso valle. Ogni impronta di piede veniva
cancellata en bou lou rastlet ed fere, guai se l'ero
nen tout suli! (con il rastrello di ferro, guai se non
era tutto liscio!) Oh la terra! Cosa non era mai la
terra, allora!" ; mia personale (Michelino d'Rudu)
Anni 60, mese di aprile:"Mio padre ed io tagliavamo
legna al Niculà, da Chiappi sono circa 8 Km,
sveglia alle quattro, colazione quindi, apies e cordes
(asce e funi) nello zaino ci si incamminava. Arrivo
a Chiotti, cappella di S. Bernardo.E' ancora buio a
Costadrecio vedemmo un gran falò. Nostro stupore!
"Un così gran fuoco acceso a quest'ora?"
Impossibile che fosse della sera precedente e alto tre
metri.
Giunti a Costadrecio, sla quagno (ripiano) illuminata
dal fuoco, vedemmo Tantin (nel libro a pagina 212) che
zappa a tutto andare. Mio padre gli urlò "Tantin,
que fas, auro as freid a sapar, que as lou fuec avisc
(Costanzo, che fai, ora ai freddo a zappare, che ti
accendi il fuoco?) ?" "Bon journ Gnoulin,
risponde: L'ero trop escur, sciairavu nen a sapar".
Capite, si era alzato troppo presto e al buio aveva
incominciato a lavorare. Tantin aveva una sola mucca
e l'asino, ma faceva fieno per quattro, trasportando
tutto a spalle, perché l'asino era troppo vecchio.
Ebbene, quasto non era l'ansia da lavoro di una sola
persona, ma era un modo comune di vivere. Per esempio
d'estate, quando si falciava bisognava arrivare sul
prato al buio-perché l'erbo ventavo chapalo endurmio
(perché l'erba andava "sorpresa" addormentata).
Michelino Isoardi
|